La separazione catalana

Si aggrava in Spagna la crisi istituzionale: il governo blocca il parlamento catalano; quello catalano si accinge a proclamare unilateralmente l'indipendenza; Madrid è pronta a commissariare la Catalogna. Gli indipendentisti, un terzo circa della popolazione, forse qualcuno in più dopo la reazione franchista del governo, non demordono.

 

Con sfumature diverse, è storia che si ripete. Un tempo si parlava delle Spagne, al plurale. Fulcro di una Spagna aragonese sottomessa - di cui fece parte anche la Sicilia,la Catalogna già in passato è insorta piùvolte, proclamandosi libera dalla Spagna castigliana: ieri incarnata da amministratori parassitici, dai Borbone e da autocrati che ne hanno sospeso le istituzioni e offeso l'identità, oggi invece da governi centralisti a prescindere dal colore, da una monarchia imposta e da un fisco che sottrae €10 miliardi l'anno.

 

L'indipendentismo catalano ha radici profonde. Tuttavia la cultura catalana odierna si distingue nel panorama iberico non solo per origini, lingua e costumi, bensì anche per la circostanza storica particolare in cui fu salvata dall'oblìo: durante la Rivoluzione industriale. È una cultura popolare venata d'ideologia e connotata a sinistra: per metà dei catalani, egemonia castigliana e sfruttamento capitalista sono sullo stesso piano.Contestuale all'esito positivo del referendum, la vera o presunta notizia della "fuga" delle banche e delle aziende non sorprende affatto, e fa anche sorridere. Qualcuno ricorda che in Catalogna nel 1934 ci fu una rivoluzione di matrice anarchica che rischiava davvero di contagiare il mondo. I catalani sono quelli che hanno quasi abolito il denaro. E la loro eredità politica, seppur ridimensionata e diluita, non è del tutto andata perduta.

 

Oggi la situazione è ben diversa. Questo referendum sembra solo un'esagerata campagna elettorale, consona alla nostra società dello spettacolo. Difatti la "proclamazione unilaterale d'indipendenza" è l'unico scopo dell'associazione temporanea che riunisce diverse correnti dall'estrema sinistra al centro-destra: per forza di cose, non c'è alcuna proposta sostanziale, né uno schema di stato sovrano né una bozza di programma economico. Qualsiasi definizione di questi aspetti rischia infatti di circoscrivere il consenso intorno alla causa separatista. Questo vuoto è coperto da slogan pubblicitari mirati ai social e a un pubblico anglofono ("Goodbye Spain, Hello Europe", sic), un po' ridicoli, che stridono con una lunga storia di rivendicazioni legittime e universali.

 

Le condizioni necessarie per attuare l'indipendenza, ossia l'unanimità interna e l'appoggio estero, comunque non ci sono. Non saranno ulteriori gesta spettacolari a riunirle: solo un'improbabile resistenza gandhiana di massa potrebbe rivelarsi in qualche modo fruttuosa. Con il rischio che la situazione degeneri per mano di qualche irresponsabile. Nella migliore delle ipotesi, la Catalogna può ottenere dal governo una parziale autonomia fiscale: ma il partito conservatore attualmente al potere, che ha dalla sua parte l'UE, i governi dei paesi membri, il re, la costituzione, gli organi giudiziari, le forze dell'ordine, i centristi, i socialisti e, infine, la pessima situazione economica, inoltre non è affatto in vena di concessioni. Il referendum che doveva separare la Catalogna dalla Spagna, insomma, forse finirà solo col separare in casa i catalani.

 

Marco Amuso