L’arte per raccontare il sociale, "il fumetto è un mezzo potente"

Ho esordito nel giornalismo a fumetti raccontando il petrolchimico di Porto Marghera nel novantesimo anniversario dalla nascita, comprimendo 40 anni di processi in un libro di 130 pagine. Ho dovuto leggere e studiare molto per fare una cosa che considero uno strumento che in 45 minuti di lettura ti riesce a dare un’idea di quella storia. Io credo che il fumetto sia un mezzo potente”. A parlare è Claudio Calia, autore conosciuto per il suo lavoro nel campo del giornalismo a fumetti (oltre a “Porto Marghera” ha realizzato un fumetto sulla Tav e uno sui centri sociali in Italia), il cui ultimo libro è “Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno” (Beccogiallo), il racconto dei laboratori di fumetto realizzati nei centri giovanili gestiti dalla ong Un ponte per in Iraq. Se prima c’erano solo Joe Sacco, autore di “Palestina”, o Guy Delisle che ha raccontato nei suoi fumetti la Birmania, la Corea del Nord, Gerusalemme e Shenzhen, oggi il fumetto di realtà è sempre più diffuso e utilizzato per raccontare il sociale. “Ci sono autori che non amano associare al fumetto l’aggettivo ‘divulgativo’, io invece vorrei che ci fossero manuali di matematica a fumetti, perché renderebbero la materia più facile – afferma Calia – Come diceva Art Spiegalman, il fumetto è un linguaggio più simile a come funziona la nostra memoria, noi non ricordiamo fogli di testo ma un concatenarsi di immagini e parole. È un linguaggio più immediato per il lettore, anche se più difficile per chi lo fa, che ha la forza di scatenare complicità nell’occhio di chi legge, di alimentare la tendenza all’ascolto e di tenere con il lettore un rapporto più personale”.


Una tavola al giorno per raccontare l’esperienza (tra cui l’attentato del 28 giugno 2016 all’aeroporto di Istanbul, giorno di partenza di Calia dalla Turchia verso l’Iraq), tre blocchi di appunti e tante riprese video sintetizzate poi nelle tavole del libro. Ecco com’è nato “Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno”, libro che raccoglie le testimonianze e le voci delle tante persone che Calia ha incontrato durante l’esperienza con Un ponte per. “Obiettivo della ong è ricostituire la società civile nel Kurdistan iracheno attraverso la creazione di centri giovanili dove i ragazzi possono incontrarsi e fare attività diverse”, ha raccontato Calia, durante “Fumetto di realtà: quando l’arte racconta il sociale” uno degli incontri di “Panopticon”, la rassegna organizzata dall’Accademia di belle arti di Bologna.

Il progetto di Un ponte per che ha coinvolto Calia prevedeva la realizzazione di laboratori di fumetto, la pubblicazione di un libretto sulle attività della ong nei centri giovanili e il libro a fumetti. “Nei laboratori ho incontrato persone molto diverse tra loro – continua Calia – Arabo, curdo e aramaico erano le lingue parlate, quindi erano sempre presenti uno o due interpreti e io tenevo il corso in italiano o inglese”. Oltre alle difficoltà linguistiche, c’erano le differenze culturali. “Perciò per prima cosa ho chiesto a ognuno di loro di raccontare in una tavola di fumetto la diversità: c’è chi ha parlato della corruzione nel Paese, chi dei problemi legati alla mancanza di energia elettrica in modo continuativo, chi ha parlato dei bombardamenti e della fuga. È un modo per condividere, per scambiarsi esperienze – spiega – Tutti hanno riportato la metafora del semino in mezzo alle macerie da cui può nascere un fiore. Ecco, una cosa con cui non pensavo che sarei tornato da quei laboratori, è la speranza”.