La coordinatrice del Progetto SAI di Santa Domenica, Alice Valeria Attinà, ha conseguito un master in “Accoglienza e inclusione dei richiedenti asilo e rifugiati”

  • di Redazione Il Solidale
  • 22 giu 2026
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La coordinatrice del Progetto SAI di Santa Domenica, Alice Valeria Attinà, ha conseguito un master in “Accoglienza e inclusione dei richiedenti asilo e rifugiati”
(Eva Casella) SANTA DOMENICA VITTORIA. La coordinatrice del Progetto SAI di Santa Domenica Vittoria la dottoressa Alice Valeria Attinà ha conseguito un master in “Accoglienza e inclusione dei richiedenti asilo e rifugiati” con un elaborato dal titolo “La vulnerabilità psicologica nei percorsi migratori: studio di un caso approccio meta-analitico e meta riflessivo”.
In questo elaborato, l’autrice enfatizza il ruolo strategico dei progetti SAI nella presa in carico  integrata. Le migrazioni forzate rappresentano una delle principali sfide umanitarie e sociali del nostro tempo. Dietro ogni richiesta di protezione internazionale si celano spesso storie segnate da persecuzioni, conflitti, violenze, perdite affettive e percorsi migratori caratterizzati da profonde esperienze traumatiche. In questo contesto, la vulnerabilità psicologica assume una rilevanza centrale, imponendo ai sistemi di accoglienza una risposta sempre più qualificata, multidisciplinare e orientata alla tutela della persona.
L’esperienza maturata nei servizi di accoglienza evidenzia come la sofferenza psicologica dei richiedenti asilo e dei rifugiati non possa essere interpretata esclusivamente attraverso categorie diagnostiche tradizionali. La vulnerabilità si configura piuttosto come una condizione dinamica e multidimensionale, determinata dall’interazione tra eventi traumatici pregressi, condizioni di vita attuali, incertezza giuridica e fragilità relazionali.
In questo scenario, il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) rappresenta oggi uno degli strumenti più avanzati per garantire percorsi di inclusione capaci di coniugare tutela dei diritti, accompagnamento sociale e supporto psicosociale.
Le persone accolte nei progetti SAI portano spesso con sé esperienze di guerra, persecuzione, tratta, tortura, violenza di genere, detenzione arbitraria o lutti traumatici. A tali esperienze si aggiungono gli stressori post-migratori: l’attesa dell’esito della procedura di asilo, le difficoltà linguistiche, la lontananza dalla rete familiare e la necessità di ricostruire una progettualità di vita in un contesto nuovo.
La letteratura scientifica evidenzia una significativa incidenza di disturbi da stress post-traumatico, depressione, ansia e sintomatologie dissociative tra i richiedenti protezione internazionale. Tuttavia, limitarsi a una lettura clinica del disagio rischia di trascurare il peso delle condizioni sociali e istituzionali che contribuiscono al mantenimento della sofferenza.
Per questo motivo, l’identificazione precoce della vulnerabilità rappresenta una delle principali responsabilità dei servizi di accoglienza. Riconoscere tempestivamente i bisogni specifici consente infatti di attivare interventi personalizzati e di prevenire il rischio di aggravamento delle condizioni psicofisiche della persona.
All’interno dei progetti SAI, la presa in carico si fonda su un approccio integrato che coinvolge diverse professionalità: coordinatori, assistenti sociali, psicologi, operatori legali, educatori e mediatori linguistico-culturali.
Questa multidisciplinarità costituisce uno dei principali punti di forza del sistema, poiché permette di leggere la vulnerabilità nella sua complessità e di costruire percorsi individualizzati capaci di rispondere contemporaneamente ai bisogni sanitari, psicologici, sociali e legali.
La centralità della persona si traduce nella costruzione di progetti personalizzati che mirano non soltanto alla soddisfazione dei bisogni immediati, ma soprattutto al rafforzamento delle autonomie e delle competenze necessarie per un’inclusione stabile e sostenibile.
In tale prospettiva, il lavoro di équipe assume un ruolo strategico. La condivisione costante delle osservazioni, il monitoraggio dei percorsi individuali e il raccordo con i servizi territoriali consentono di garantire continuità e coerenza negli interventi, riducendo il rischio di frammentazione della presa in carico.
Tra gli elementi maggiormente significativi emersi dall’esperienza sul campo vi è il ruolo della relazione terapeutica nel trattamento del trauma migratorio.
L’approccio trauma-informed, oggi ampiamente riconosciuto a livello internazionale, pone al centro la costruzione di un contesto relazionale caratterizzato da sicurezza, prevedibilità, ascolto e rispetto dei tempi della persona. Prima ancora di affrontare il racconto degli eventi traumatici, è necessario offrire uno spazio in cui il beneficiario possa sentirsi accolto e riconosciuto nella propria dignità.
Nei percorsi di cura rivolti a persone sopravvissute a eventi estremamente traumatici, la relazione professionale rappresenta spesso il primo luogo in cui può essere ricostruita una fiducia profondamente compromessa dalle esperienze vissute.
La possibilità di essere ascoltati senza giudizio, di dare significato alle proprie emozioni e di riconoscere gradualmente le proprie risorse costituisce un elemento fondamentale nei processi di elaborazione del trauma e di ricostruzione identitaria.
La tutela della salute mentale non può essere considerata una competenza esclusiva degli specialisti. Essa coinvolge l’intero sistema di accoglienza e richiede ambienti capaci di promuovere benessere, partecipazione e inclusione sociale.
Le attività formative, i percorsi di orientamento lavorativo, i laboratori espressivi, le iniziative di socializzazione e il coinvolgimento nelle reti territoriali rappresentano strumenti essenziali per contrastare l’isolamento e favorire processi di empowerment.
In questo senso, i progetti SAI svolgono una funzione che va oltre l’accoglienza materiale: contribuiscono alla costruzione di contesti relazionali capaci di sostenere la resilienza delle persone e di promuovere percorsi di cittadinanza attiva.
Nonostante i significativi progressi compiuti negli ultimi anni, permangono alcune criticità strutturali che incidono sulla qualità degli interventi: la carenza di risorse, il turn over degli operatori, la complessità delle procedure amministrative e la difficoltà di garantire continuità ai percorsi terapeutici.
Investire nella formazione degli operatori, rafforzare l’integrazione tra sistema di accoglienza e servizi territoriali e sviluppare protocolli condivisi per l’identificazione della vulnerabilità rappresentano oggi obiettivi prioritari.
L’esperienza quotidiana nei progetti SAI conferma che la vulnerabilità non è una condizione immutabile. Quando le persone incontrano contesti accoglienti, relazioni significative e servizi capaci di riconoscerne il valore e le potenzialità, è possibile avviare percorsi di ricostruzione personale, autonomia e inclusione sociale.
La sfida dell’accoglienza non consiste soltanto nel garantire protezione, ma nel restituire alle persone la possibilità di immaginare e costruire un futuro. In questo processo, il lavoro svolto dai progetti SAI rappresenta una risorsa fondamentale per promuovere dignità, diritti e partecipazione.