Enna. "RipartiAmo" progetto di inclusione sociale e lavorativa per reinserimento e autonomia di detenuti ed ex,

  • di Redazione Il Solidale
  • 24 gen 2026
  • SOCIALE

(sc) ENNA. "RipartiAmo" è un progetto di inclusione sociale e lavorativa rivolto a persone detenute ed ex detenute, nato con l’obiettivo di favorire percorsi concreti di reinserimento e di autonomia. Attraverso il lavoro, il supporto psicologico e un forte lavoro di rete tra enti del terzo settore e istituzioni locali, il progetto accompagna i partecipanti in un percorso di cambiamento che va oltre l’occupazione, puntando sulla dignità, sulla responsabilizzazione e sulla possibilità di costruire un nuovo posto nel mondo. Intervista alla Dott.ssa Marta Alleruzzo

Dottoressa Alleruzzo, il progetto “RipartiAmo” parla di lavoro e reinserimento, ma anche di qualcosa di più profondo. Dal suo punto di vista, cosa ha rappresentato sul piano emotivo per i partecipanti?
Il lavoro è stato solo il punto di partenza. A livello emotivo, “RipartiAmo” ha rappresentato per molti la possibilità di tornare a sentirsi persone, non solo detenuti. Uscire dalle mura del carcere, assumersi una responsabilità, essere attesi da qualcuno: sono tutti elementi che riattivano l’autostima e la fiducia in sé, spesso molto fragili dopo un’esperienza detentiva.
Un elemento centrale del progetto è stato il lavoro di rete. Quanto è stato essenziale l’apporto dei partner e della rete territoriale?
È stato decisivo. La forza di “RipartiAmo” nasce dalla sinergia tra i partner di progetto: l’umanità e l’esperienza di Seconda Chance, la competenza del Centro Studi CESTA e la regia e il prezioso coordinamento operativo del Consorzio Umana Solidarietà, che hanno garantito visione e continuità all’intervento. Accanto a questo, è stato fondamentale il contributo della rete territoriale – Caritas Diocesi di Piazza Armerina, Ufficio Pastorale Penitenziaria, Comune di Piazza Armerina, Coop. San Francesco – Agenzia per il Lavoro e Centro Studi CESTA come ente di formazione – che ha permesso di radicare le attività nel contesto locale e renderle realmente efficaci. Un plauso a quest’ultimi che hanno mostrato, sin dal primo momento, apertura e disponibilità.
Si può parlare di rinascita in questo caso specifico?
Sì, ma non di una rinascita improvvisa o idealizzata. È una rinascita fatta di piccoli passi, di fatica e anche di paura. Tuttavia, vedere che il proprio impegno viene riconosciuto dall’esterno accende una luce nuova: l’idea che il passato non debba per forza definire il futuro.
Che ruolo ha avuto la dimensione psicologica nel progetto?
Un ruolo centrale. Lo sportello di assistenza psicologica e le terapie di gruppo hanno offerto uno spazio sicuro in cui dare voce alle emozioni: senso di colpa, vergogna, timore di fallire, ma anche speranza. Elaborare queste emozioni è fondamentale per costruire un cambiamento autentico e duraturo.
In che modo il lavoro aiuta a “trovare il proprio posto nel mondo”?
Il lavoro restituisce una posizione, un ruolo sociale. Non è solo fare qualcosa, ma essere qualcuno per sé e per gli altri. Per molte persone detenute significa riscoprirsi capaci, utili, degne di fiducia. È lì che nasce una nuova resilienza: non come resistenza passiva, ma come capacità di immaginarsi altrove, in modo diverso, di nuovo.
Cosa resta, emotivamente, dopo un’esperienza come questa? 
Resta la consapevolezza di poter ripartire, non da zero, da ciò che si è diventati. Anche quando il percorso è complesso, sapere di avercela fatta contro ogni aspettativa cambia lo sguardo su di sé e verso la vita. “RipartiAmo” lascia un seme: la possibilità di sentirsi parte della comunità, non più ai margini, ma in cammino.